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THE LIBERTINES LIVE IN MILAN… ALBION SAILS ON COURSE

Writing about The Libertines is always so hard to me, it’s always been, even after the amazing concerts in London and Berlin, it still is.
Before even start talking about the surreal gig in Milan, I must say that in these past months this band has achieved an even larger space in my life, more real, more concrete. Throughout these last years, this passion – it being born with a retroactive view after bumping into Peter’s music around 8 years ago – has always been playing all the chords of dream, memory and virtual parallelism with broken friendships of mine; now, this passion lives on real sensations and flashbacks of unbelievable moments lived during this last, deeply harsh winter and, above all, on a crucial condition: the present.
Now, The Libertines are no regrets or pain for a big missed chance. No, The Libertines are here, now. And despite all those trying to find weaknesses, they’re magnificently back, with renewed complicity and energy (two factors that were missing in the extraordinary reunion back in 2010). The will of going back in the studio, all together, to create something new: no more re-living of the past, but a view to the future. Obviously, without forgetting that past, because it is so huge, intense and, after all, it brought them where they are. This can only be possible if a great strength – it being positive or negative, constructive or disruptive – lives under it all, allowing four guys to look at themselves after more than ten years and decide to try it all again, because yes, it is worth it. To all those screaming at forced marketing and seeing in Carl&Peter’s reconciliation only a good contract, here’s the thing: money can bring to reunion, to concerts, to a few lovely magazine covers, but they can’t bring smiles and constantly shining eyes in seeing another person – the one you started it all with, a long time ago – still there, playing beside you.
I started listening to the Libertines in an awful moment in my life, and their music gave me a sense of deep melancholy, just adding to the one I was living personally: I truly loved this band but they were gone, just like other important things I’d lost.
Now, what The Libertines give me (ever since that beautiful summer night in Hyde Park in 2014) is just a sense of completeness. Let me explain this, with a concrete example: as I said, I got into them retrospectively, so I listened to “Music When The Lights Go Out” for the first time ever while watching a famous Peter’s TV interview, and I liked that much that I kept on listening to this acoustic version for a while. Months later, I found myself listening for the first time to the album version, and I was just dumbfounded: Carl’s guitar did complete this song, making it more beautiful. Here it is, this is what I mean: when they’re together, Peter and Carl complete and improve each other.
Onstage in Milan, all of this was crystal clear: two hours of looks, jokes, relaxed and no more consumed facial expressions, it all being framed into an astonishing and twisted setlist… because the will of playing together, once again, went beyond. It was the will of star all over again, and show that, to speak the truth, it never stopped anyway.

Delaney” opened the gig, giving then space to: “Times for Heroes“, “Music When The Lights Go Out“, “What Katie Did“, “Death On The Stairs“, “What became of the likey lads“, “Up The Bracket” and the heart-attack closing trio with “What a Waster“, “I Get Along” and “Don’t Look Back Into The Sun“. But the concert was enriched by including a series of pearls, bsides and demos, that literally made the dedicated crowd of Fabrique Milano go mental: so, here are “Seven Deadly Sins” (a demo that will be part of the Deluxe version of the new album), “Never Never” and “Bucket Shop“. Space given to the present, too, starting from the latest single “Gunga Din“, to “Barbarians” (played live for the first time), and “Anthem for Doomed Youth“… within the story and the performance of this song, you can feel all of The Libertines’ way of being: the song was written by Peter, years ago, then the guys decided to include it in the new album, but when it was recorded in studio, Peter was asleep, so Carl sang it… during live performances, Peter and Carl keep on looking and smiling to each other, they fight for the mic and then blink at one other. The Libertines are the band that shocked the brit indie scene in the 00’s, maybe the last incarnation of true rock’n’roll, but they are, above it all, Peter&Carl, two boys bounded by a one-of-a-kind relationship, who have fun in playing and singing together and decide to create a band. They did it for the first time in 1997, today they’re doing it again. Because it can happen… you can evolve, change, walk on different and opposite roads, but if what links you to someone is really true, you can even decide to step back and try to walk on the same road, again.
Closing with a Peter’s quote, taken by an interview of a few years ago, now sounding even more special: “Still? True love doesn’t die, it just hides in a shoebox for a few years”.

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Peter and Carl playing for fans outside Fabrique Milan

[scroll down for the setlist and few videos of the gig]

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Scrivere dei Libertines mi riesce sempre difficile, lo è stato per anni, lo è stato ad ottobre dopo i concerti di Londra e Berlino, lo è ora.
Quello che devo premettere, prima di parlare nuovamente di loro dopo la surreale data di Milano, è che negli ultimi mesi questa band è arrivata ad occupare uno spazio ancora più importante di quello che aveva sempre avuto, semplicemente più reale, concreto. Se prima questa sconfinata passione, nata retroattivamente dopo essermi imbattuta in Peter e nella sua musica quasi 8 anni fa, toccava le corde del sogno, del ricordo, del parallelismo virtuale con amicizie infrante che stavo vivendo in quegli anni, ora questa passione si basa su momenti veri, sensazioni cucite addosso, ricordi di momenti indescrivibili vissuti durante l’ultimo, durissimo inverno e, soprattutto, su una condizione fondamentale: il presente.
I Libertines non sono più un rimpianto, il dolore per una grande occasione persa (la loro per essersi persi, la mia per non averli vissuti)… No, i Libertines sono qui, ora. E, a dispetto di quello che dicono tutti coloro che continuano a trovare dei punti deboli, sono tornati alla grande. Con una complicità e un’energia rinnovate, non presenti nella reunion eccezionale del 2010. La voglia di tornare insieme in uno studio di registrazione, per creare qualcosa di nuovo: non più la rivisitazione del passato, con o senza malinconia, ma uno sguardo al futuro, certo, senza dimenticarlo quel passato. Perché è un passato pesante, intenso e che, comunque lo si legga, li ha riportati dove sono ora. Questo è possibile solo se alla base c’è una forza – positiva, negativa, costruttiva, distruttiva che sia – tale da permettere a quattro ragazzi di riguardarsi in faccia dopo più di dieci anni e decidere che sì, vale ancora la pena provarci e fare un altro pezzo di strada assieme. A tutti quelli che gridano al marketing forzato e vedono nel riavvicinamento di Peter e Carl solo un contratto conveniente, dico che i soldi possono portare alla reunion, ai concerti, a qualche bella copertina, ma non possono portare ai sorrisi e agli occhi che brillano continuamente nel solo vedere un’altra persona, quella con cui tanti anni fa hai dato il via a tutto questo, ancora lì, a suonare di fianco a te.
Ho iniziato ad ascoltare i Libertines in un momento terribile della mia vita, e la sensazione che la loro musica mi trasmetteva era quella di una grande malinconia, che si accompagnava a quella che vivevo personalmente in quel momento: amavo quella band ma, come altre cose nella mia vita, me l’ero fatta scappare, e non c’era più.
Quello che i Libertines mi trasmettono ora (a partire da quella bellissima sera di luglio 2014 ad Hyde Park) invece è completezza. Per spiegarmi meglio, faccio un esempio pratico: avendoli scoperti “retroattivamente”, la prima volta che ascoltai “Music When The Lights Go Out” fu in una versione acustica che Peter suonò durante una famosa intervista tv. Mi piacque talmente tanto che continuai ad ascoltare quella versione. Quando, mesi dopo, mi trovai ad ascoltare per la prima volta la versione dell’album, rimasi di stucco: la chitarra suonata da Carl completava questa canzone, la rendeva più bella, la arricchiva. Ecco, questo è quello che intendo: Peter e Carl insieme si completano, si migliorano a vicenda.
Sul palco di Milano tutto questo è stato straordinariamente palese: sono state due ore di sguardi complici, gag, facce distese e non più consumate, il tutto incorniciato in una setlist allucinante, stravolta e allungata improvvisando… perché la voglia di suonare, insieme, ancora, andava oltre. Era voglia di ricominciare, e di far capire che in realtà non si era mai smesso.

Delaney” ha aperto le danze del concerto, che ha visto susseguirsi tutte le canzone più note: “Times for Heroes“, “Music When The Lights Go Out“, “What Katie Did“, “Death On The Stairs“, “What became of the likey lads“, “Up The Bracket” e poi la triade finale da infarto con “What a Waster“, “I Get Along” e “Don’t Look Back Into The Sun“. Ma il concerto è stato arricchito dall’inserimento in scaletta di una serie di perle, bsides o demo mai registrati, che hanno fatto letteralmente impazzire il cuore dell’attentissimo e appassionato pubblico del Fabrique di Milano: ecco allora apparire “Seven Deadly Sins” (un demo mai realizzato che farà parte della versione deluxe del nuovo album), “Never Never” e “Bucket Shop“. Spazio anche ai nuovi pezzi, dal recentissimo singolo “Gunga Din“, a “Barbarians” (eseguita per la prima volta), fino a “Anthem for Doomed Youth“… nella storia e nell’esecuzione di questo pezzo ci sono tutti i Libertines: la canzone la scrive Peter anni fa, si decide di inserirla nel nuovo album, ma viene registrata in studio mentre Peter sta dormendo, quindi la canta Carl, e via; nelle esibizioni live, Peter e Carl si guardano, si sorridono, si contendono il microfono, si fanno delle facce. I Libertines sono la band che ha sconvolto la scena indie inglese negli anni ‘2000, forse l’ultima vera incarnazione del rock’n’roll, ma sono, essenzialmente, Peter e Carl, due ragazzi legati da un rapporto più unico che raro, che si divertono a suonare e cantare insieme e che decidono di formare un gruppo. Nel 1997 lo hanno fatto per la prima volta, oggi lo fanno per la seconda volta. Perché tutto può succedere… si può cambiare, evolvere, prendere strade diverse e lontane, ma se quello che ci ha unito a una persona era vero, si può anche decidere di tornare indietro e riprovare a fare un pezzo di strada insieme.
Chiudo con la citazione di una frase di Peter, detta in un’intervista di qualche anno fa, che mai come ora assume un significato speciale: “Still? True love doesn’t die, it just hides in a shoebox for a few years” (“Ancora dici? Il vero amore non muore, si nasconde solo in una scatola di scarpe per qualche anno”]

The Libertines live at Fabrique Milano – Setlist

The Delaney
Campaign of Hate
Time for Heroes
Begging
The Ha Ha Wall
Music When the Lights Go Out
What Katie Did
The Boy Looked at Johnny
Boys in the Band
Gunga Din
Can’t Stand Me Now
Last Post on the Bugle
Barbarians
Death on the Stairs
Tell the King
The Good Old Days
Vertigo
Seven Deadly Sins
The Man Who Would Be King
Never Never
Up the Bracket

Encore:
You’re My Waterloo
Bucket Shop
What Became of the Likely Lads
Anthems For Doomed Youth
What a Waster
I Get Along
Don’t Look Back Into the Sun

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